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Joker. La recensione

Joker ”Sei tu forse un uom?”

“Tu sei Pagliaccio” cantava Pavarotti quando batteva con ardore il palcoscenico.

Probabilmente qui, invece, si tratta di un cane randagio. Mettiamo subito in evidenza che Arthur è il protagonista del film, fa il clown per strada ed è un personaggio border-line che rifiuta la sua identità, non avendone piena coscienza. Tuttavia lo fa a prescindere da questa peculiarità dovuta al suo disordine mentale: non affrontiamo quello che il film ci affida come se fossimo degli psicanalisti, possiamo solo guardare le immagini e osservare di riflesso anche il nostro volto nudo.

C’è qualcosa che disorienta la nostra comprensione del bene e del male assoluti racchiusi nell’aura misteriosa di questo personaggio privo di scrupoli, che è il cattivo per antonomasia: Joker il folle. Siamo preparati a cogliere le idiosincrasie teatrali  dei voli pindarici  della sua mente ricca di intuizioni perverse, tuttavia in questo nuovo film di Todd Phillips egli ci viene presentato come un disadattato che, tra le fredde pareti di un ascensore, cade in amore fissando un cenno d’approvazione mista a sorrisi, donatogli dalla sua vicina di casa; la scena fa pensare al film DRIVE di Nicolas Winding Refn.

Si sa da secoli, lo scrisse anche Shakespeare in SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE: “Gli innamorati hanno, come i pazzi, un cervello tanto eccitabile e una fantasia tanto feconda, che vedono assai più cose di quante la fredda ragione riesca poi a spiegare.” E noi spettatori del decifrare i sogni di Arthur sentiamo il bisogno di occuparci sin da subito, sforzando la mente, anche se avvertiamo che il nostro buon senso è messo in crisi da una certo sentimento di  tenerezza, che attinge energia dalle sfere più intime della nostra umanità – tra l’altro si tratta di una sensazione mista a compassione. – Questo stato di fatto è fuorviante per permetterci d’esprimere poi un giudizio impersonale sul film.

Arthur il  clown, per  sentirsi pieno, cerca se stesso nella folla fino a sfinirsi per le offese raccolte dal pubblico di strada, al posto di qualche soldo. Provocando con smorfie i suoi spettatori a caccia di assensi  assenti, giunto al culmine del suo delirio sognante si avvita a forbice ad un estremo isolamento, che progressivamente si fa più acuto, fino a giungere all’omicidio dell’altro per l’affermazione di un proprio impulso vitale. Di semplici e mere inclinazioni non si tratta, sempre se vogliamo considerare che questo  personaggio sia anche un individuo, tra le altre cose,  e bla bla bla… – lasciamo perdere  per il momento le disquisizioni filosofiche sul tema! – L’idea centrale del film sta tutta nella deliberata decisione del protagonista di rinnegare il suo nome per rinascere Joker, che Arthur prende subito prima di debuttare come comico in un programma televisivo.

Come è stato sceneggiato da Todd Phillips e Scott Silver lo sviluppo graduale di questa scelta radicale compiuta dall’indecifrabile reietto di Gotham su cui s’incentra tutto il lungometraggio? In che maniera il racconto cinematografico si addentra nella profonda, fulgida immaginazione dell’ Arthur-Joker interpretato da Joaquin Phoenix, attore eccellente ed estremamente dettagliato nel mostrarci in special misura le tante sfumature della fragilità del suo personaggio?

Turbato da una grande sofferenza e perseguitato dalle umiliazioni continuamente sbattute addosso con violenza dai bulli e dalla società tutta, la quale in questa storia l’abbandona sul marciapiede sottendendo alla crudeltà del suo pestaggio, Arthur ha ragion d’essere per restituirci fin da subito un emarginato sanguinante, un figlio unico a cui nessuno può e vuole prestare soccorso, (come se la fratellanza tanto agognata dalle rivoluzioni da cui l’umanità ha tratto benefici fosse un’utopia comunque irraggiungibile). Egli agisce-reagendo agli eventi  per indossare una maschera trasparente di grande ilarità a mangiargli il volto – essendo fuori controllo il potere di  liberarsene – in un mondo che, in definitiva, per così come è sempre stato, perdente e schiavo della sua miseria esistenziale, non lo vuole più.

Difatti tutto ciò che vediamo non è costruito solo per approfondire un discorso di tipo deterministico sui suoi impulsi istintivi, vitali… no,  l’abbiamo accennato qualche riga fa!  Il problema del riso di Arthur si fa ancora più sferzante e balza di scena in scena, (il questo senso il montaggio narrativo del film è magistrale). E’ vero il personaggio si trascina a fatica la  perdita di tempo e di senso che la società gli riflette contro, ma è altrettanto vero che per tutta la durata del film egli non rinuncia ad esibire la “grave” malattia del riso di cui soffre; anzi ne fa la sua unica  virtù, segnandola da subito su bigliettini da visita che dona in autobus, espediente che inventa per spiegarsi all’ “estraneo”, nel caso in cui cadesse vittima di un “attacco” di risata. Questo fatto è paradossale in quanto scrigno simbolico e contenitore di una qualche bellezza che da bambino gli è stata suggerita da sua madre, della quale si è sempre preso grande cura. Dostoevskij scriveva che “Si capisce un uomo dal modo in cui ride”, beh di risate strazianti e beffarde Arthur ne sfoggia tantissime, quasi non mostra nient’altro per “esistere”. Ognuna ha un suo tempo, un suo ritmo, un piglio nervoso o un ghigno di amarezza, alcune sembrano decifrare i segreti delle sue emozioni confuse. Tutte le sue sghignazzate lasciano intendere l’estrema prostrazione di questo essere umano, mortificato al punto da dover schiacciare gli altri – in quanto incidenti di percorso – per la conquista dei suoi desideri; cioè di quelle baluginati alterazioni fantasiose del quotidiano che per lui diventano masse crescenti a cui doversi consacrare. Il suo modus operandi lo conduce progressivamente  a fare qualunque cosa, schiavo com’è di impeti rapsodici di rivalsa sociale, pur di affermarsi come “persona” che dà spettacolo di se stessa. Arthur perciò arriva a commettere dei crimini: in un certo senso giunge al degrado totale della sua dignità  per aver unito nelle sue risate, indissolubilmente, il bene e il male come concetti non più indipendenti ed opposti.

A proposito della voglia di compensazione degli offesi scrisse il poeta Walt Whitman :“Le battaglie si vincono e si perdono con identico cuore. Io faccio rullare i tamburi per tutti i morti, Per essi faccio squillare le trombe in tono alto e lieto, Vivan coloro che caddero, viva chi perde in mare i propri vascelli. Vivan coloro che affondano con essi. Vivan tutti i generali sconfitti e tutti gli eroi schiacciati e gli innumerevoli eroi sconosciuti, uguali ai più grandi e conosciuti eroi.

E per ciò che concerne la sofferenza e la forza di reazione di un clown scrisse Leoncavallo nella sua opera lirica PAGLIACCI : “Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto,in una smorfia il singhiozzo e’l dolor  Ah! Ridi,Pagliaccio.” Anche Dumbo nel cartone animato della Disney viene preso in giro poichè rappresentante grottesco dell’animale deforme a causa delle sue orecchie. Per questo il cucciolo a cui sono stata strappata via la madre diviene un elefante che sogna l’impossibile: desidera volare afferrando una piuma. Dumbo è il miglior amico di un topolino, che è il suo “motivatore”, egli rappresenta un eroe romantico gigante per chi a volare è abituato, cioè i corvi, (che poi sono uccelli neri e credono nella catarsi del volo, hanno fede nell’imitazione dei maestri da parte dei disadattati e sono i custodi dell’ infanzia dell’elefante).

E se Joker rappresentasse idealmente l’immagine di un elefante solitario truccato da clown che vola sulle nostre teste a delineare le nostre ombre noi, padroni di città reali, con i piedi ben saldi al suolo, riusciremmo a prenderne atto?

Come mai allontanarsi dalle tante citazioni presenti nel film, ( che,credetemi, non si contano), e rifarsi ad una favola Disney o citare un’opera lirica “Dove ogni dramma è un falso” – cantava Lucio Dalla – quando ci si potrebbe addentrare nel significato memorabile dei testi  e nelle melodie universali delle splendide canzoni attinte dal repertorio americano che compongono la colonna sonora del JOKER? Basti ricordare tra tutte SMILE, scritta da  Charlie Chaplin ,( che tra l’altro è la Star punto di riferimento per i balletti e le corse di Joaquin Phoenix in questo film) : “If you smile through your fear and sorrow.
Smile and maybe Tomorrow,You’ll find that life is still worth while
”; oppure ancora  SEND IN THE CLOWN, una canzone di Stephen Sondheim,del musical del 1973 A LITTLE NIGHT MUSIC: “Don’t you love farce? My fault I fear. I thought that you’d want what I wantSorry my dear but where are the clowns?There ought to be clowns, quick send in the clown,” Riporto due canzoni  presenti in JOKER solo per darvi una parvenza di quello che questo film contiene. E’ utile ricordare che la splendida musica originale realizzata da Hildur Guðnadóttir è stata premiata vincendo il Soundtrack Stars Award 2019 per la miglior colonna sonora.

Forse le immagini che ognuno di noi spettatori vorrebbe accostare al protagonista in un commento per iscritto al film si sprecano di fronte alla poesia  che circonda l’alone nero in cui Arthur è avvolto: se JOKER  fosse un racconto sarebbe composto in versi o in prosa canzonata, per poi tornare ad essere una filastrocca semplice, una barzelletta, e trasformarsi nuovamente, magari un saggio esistenziale; ad un certo punto cadrebbe in un’iperbole tragica che vira su toni comici e si chiuderebbe con scene  tipiche del teatro dell’assurdo.

E’ il ritmo della storia che fa venire la malattia del riso, in sala da spettatori non si sta sulla poltrona – il montaggio del lungometraggio è eccezionale ed è firmato da Jeff Groth – specie quando assistiamo all’orrore  degli omicidi commessi in metropolitana o quando, improvvisamente, sul finale ascoltiamo il celebre brano THAT’S  LIFE di Frank Sinatra, che ci indica la scelta tematica dell’ “andare avanti”: “That’s life, fanny as it seems, some people get their kicks, steppin’ on dreams.But I don’t let It get me down;” vera  chiave di “svolta” della trasformazione di Arthur in Joker, abbiamo di fronte un uomo che truccato da Killer pazzoide è se stesso tra gli angosciati di tutta Gotham, i quali indossano una maschera da “pagliaccio” per imitarlo.

Arthur uccide gli oppressori che deridono il suo aspetto, poi massacra uno dei colleghi con cui non è mai riuscito a rivelarsi interamente, ammazza la sua solitudine per mezzo di una relazione nuova, intrapresa dalla sua “parte” autocelebrativa  con la bella vicina di casa. Sembra che il film di Todd Phillips viri verso la rinascita dalla malattia mortale, che vuole eternamente se stessa, cioè che l’Arthur criminale rappresenti  un nuovo modo di morire per il personaggio, per poi rinascere ancora sotto le sembianze di un “coso”, un clown.

Le domande che si scatenano durante e dopo visione di questo capolavoro sono tutte troppo argute.

E’ che l’uomo rivela l’ “uomo tutto”, nient’altro che l’ “uomo tutto”, che è “Super”, è divino, nel bontà dei suoi slanci emotivi, i quali gli permettono di fare il bagno a sua madre o di danzare con euforia di fianco al televisore. Ma Arthur è  altresì internamente compromesso con gli abissi diabolici della sua incomunicabilità, i quali solo nel delirio immaginifico fanno in modo che egli baci la donna di cui è ossessionato, e solo nella fantasia egli agisce senza farsi troppe paranoie.

L’insieme delle considerazioni espresse fino ad ora fanno percepire l’autorialità del progetto filmico di Todd Phillips, ma JOKER è  un personaggio della DC Comics, appartenente alla saga di Batman, celebre sia nei fumetti che sul grande schermo. Per cui molti si chiedono come mai il Leone D’Oro della 76esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia sia stato consegnato ad un film pensato anche per ottenere un enorme successo commerciale.

Le polemiche sono state tante. Tuttavia ritengo davvero che JOKER sia il capolavoro dell’anno, pertanto, grossomodo, non le condivido.

Innanzitutto il plauso e la lode al film sono attribuibili alla professionalità di Joaquin Phoenix, che si è trasformato in un emarginato che ulula ridendo e trema – sempre e solo ridendo – suscitando pietà e riso, senza senso,  scatenando il dolore e la contentezza  dello spettatore a causa della sua sofferenza fisica e dei meandri reconditi della sua sensibilità e della sua follia, tutti visibili. Cosa non mostra sulla solitudine questo racconto per immagini?


In secondo luogo il regista Todd Phillips è acuto e tagliente nel descrivere sia l’uomo decadente della modernità, sia il suo limite; e cioè l’incapacità di esprimere un progetto positivo di recupero. Arthur, disperato, intensifica le sue potenzialità di attore nelle indulgenti e artefatte – se non proprio opportunistiche – rivalutazioni delle sue performances private, a scimmiottare il successo mediatico altrui fino a sognare di ottenerlo per se stesso e a fare in modo che la fantasia si avveri, generando una catastrofe.

Se il successo  per un tipo come lui è impossibile, se  l’amore è impossibile, l’inafferrabilità del riscatto sociale svanisce solo ci si mette a nudo, ma nudi non si può “esistere”, a quel punto però non si viene accettati, allora Arthur si reinventa Joker dello show  commettendo azioni esasperate e arrivando ad uccidere persino sua madre. Dunque Arthur assiste e Joker soffoca sia “parti” del suo intimo vissuto – che da sempre si riduce a consumare i brandelli di personalità difformi – sia i suoi affetti. Potremmo dire che il personaggio “impersonificato” da Joaquin Phoenix sacrifica tutto in nome della gloria:  La sua malattia, quella di sua madre, le fantasie dell’essere figlio di Wayne,(il politico che odia quelli come lui), anche la sua carne, (magro  com’è) ; però la società “malata” di Gotham gli restituisce il favore e lo eleva al ruolo di leader simbolico da seguire in una nuova rivoluzione. Qui i riferimenti ad alcuni leader politici odierni si sprecano.

Se ci fosse un qualcosa a cui aggrapparsi per Arthur, forse una relazione nuova e reale con una donna che non sia sua madre, magari una famiglia, una tradizione solida, un padre in carne ed ossa che l’accetti, un qualcosa di cui fidarsi, che egli cerca disperatamente per tutto il tempo del film; se si appropriasse di un’autenticità che gli è stata negata dall’orrore della violenza subita sin da piccolo, come potrebbe diventare lui un Super “Uomo”, un Super “Eroe”? Come farebbe  poi ad indossare i panni e il trucco “sciolto” del celebre cattivo della sagra di Batman che tutti conosciamo, il criminale per eccellenza? Per essere ancora più analitici potremmo chiederci in che maniera  Arthur sia diventato l’artefice dei suoi valori esistenziali. Forse negando valori generali ed esterni, propri della società del rifiuto, (basti comprendere durante la visione  del film che lo scudo della sua mente gli ha proibito di guardare a sua madre come ad una “folle”, o di osservare  se stesso come se fosse un pazzo in un manicomio), e questo fatto, in JOKER il film diventa cruciale nella scena in cui l’analista l’informa che l’aiuto della società gli viene negato dai tagli del governo, i quali lo privano dei medicinali e dei colloqui futuri con psicoterapeuti.

Dunque il pregio della struttura circolare di questo racconto è affidata alle porte in faccia che Arthur prende quasi all’inizio e quasi alla fine del film.

Per concludere questo quadro sul cattivo protagonista della storia potremmo dire che: La cultura ufficiale disprezza il riso, per molti intellettuali la serietà è qualcosa di antitetico alla risata, ci azzardiamo a ritenere che oggi la si pensi ancora così. Un antico proverbio asserisce che: “il riso abbonda sulla bocca degli stolti.”  Al contrario, secondo alcuni politici – i cosiddetti comunicatori che fanno uso delle trappole cognitive dei social – la comicità dev’essere ribaltata di segno, in quanto i concetti hanno un ciclo di vita breve. In quest’ottica essi riportano in auge i discorsi atti a suscitare il riso, che hanno dei ritmi sconcertanti ed esercitano un grande magnetismo sulla folla. È questa l’epoca in cui i clowns otterranno il potere.

Differentemente da loro il geniale critico letterario Russo Michael Bachtin  affermava che: “Il riso ambivalente non esclude la serietà, ma la purifica e la completa”.

In questo  senso  ridere è uno strumento di lettura ad ampio raggio, dato che la verità del serio-comico è di tipo dialogico, ed è una verità che emerge quindi dall’incontro dei punti di vista degli uomini, piuttosto che da una monolitica affermazione di universalità.

Il problema di Arthur è forse quello che nessuno ha voluto essere davvero il suo interlocutore, quindi tutti si sono presi gioco delle sue “verità.”

L’assenza d’ascolto crea dunque criminali? E chi sono i criminali? Forse siamo tutti cani che si mordono la coda?

Un pagliaccio! Un pagliaccio! Ho incontrato un pagliaccio nelle foreste, un pagliaccio tutto pezzato. E’ tanto vero che l’ho incontrato questo pagliaccio, quanto è vero che vivo e mangio. Era disteso a terra a crogiolarsi al sole e canzonava Madonna Fortuna con molto senno: eppure era un pagliaccio! Buongiorno pagliaccio, gli dissi. “Non chiamatemi pagliaccio finché il cielo non m’abbia donato la fortuna”, rispose.”  Tratto da COME VI PIACE di William  Shakespeare.

Anna Moretti

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