Mostre: il grano in Sicilia, storia antica di sofferenza

Redazione
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Fino al 24 ottobre scatti libro Nicosia ai Cantieri culturali

5d15b80559da200fbf067f83d976eca7Fino agli anni Sessanta nelle campagne siciliane, e soprattutto in quelle della Sicilia interna, i modi di produzione del grano riproducevano sistemi tradizionali e tipici di un modello feudale. Di quel mondo, che la produzione industriale e la globalizzazione hanno spazzato via per sempre, restano le testimonianze tramandate per via orale, i racconti della letteratura, la memoria delle lotte contadine del dopoguerra. Ma poche immagini fotografiche ora riproposte in una mostra organizzata dall’Istituto Gramsci siciliano, che sarà visitabile ai Cantieri culturali di Palermo fino al 24 ottobre. Le foto fanno parte di un gruppo di immagini riprodotte nel libro di Salvatore Nicosia, “Pane amaro”, edito da Navarra (264 pagine, 16 euro).
Finora è mancata una testimonianza visiva dall’interno di quel mondo dominato dalla sofferenza e dallo sfruttamento che viene ricostruito attraverso gli scatti di alcuni fotoreporter siciliani come Enzo Brai, Nicola Scafidi, Melo Minnella ma anche di André Martin venuto dalla Normandia. Le immagini riprendono il ciclo del grano nel “Vallone”, nell’alta valle del Platani, un’area economicamente e culturalmente omogenea che comprende, fra gli altri, i comuni di Mussomeli, Villalba, Vallelunga Pratameno. “Si tratta – osserva Nicosia – di una delle tante zone della Sicilia caratterizzate dalla schiacciante egemonia della dimensione di latifondo, come realtà ambientale oltre che sociale, e dalla coltivazione estensiva e pressoché esclusiva del frumento. All’interno di questa struttura si sono potuti perpetuare nel tempo arcaici rapporti sociali di produzione e tecniche colturali estremamente regredite, il cui quadro è stato sconvolto soltanto in tempi recenti dalle lotte contadine del dopoguerra, dalla sia pur lenta e ritardata diffusione dei mezzi meccanici, ma soprattutto da un continuo flusso migratorio che ha fatto del Vallone una delle più cospicue aree di fuga”. La mostra indaga la fase terminale di una lunghissima storia che ha attraversato i millenni, e ha segnato l’attività, la fatica, la dannazione di tanti contadini. (ANSA)

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